ESCLUSIVA- Maniero: "Volevo finire la carriera a Venezia. Se Zamparini..."

16.05.2020 08:00 di Davide Marchiol Twitter:    Vedi letture
ESCLUSIVA- Maniero: "Volevo finire la carriera a Venezia. Se Zamparini..."

Grande appuntamento ieri per Tutto Venezia Sport. Ha preso vita infatti il nostro talk show “Venezia Incontri” e il primo ospite d’onore è stato bomber Pippo Maniero. In circa cinquanta minuti di chiaccherata con Davide Marchiol, Manuel Listuzzi e il nostro amico Alvise Osto il bomber ha parlato dei Leoni a trecentosessantagradi tra presente, passato, futuro e anche qualche “cosa sarebbe successo se…”.

La partenza quasi doverosa è legata al Coronavirus: “Sto vivendo questo momento come penso tutti, si cerca di stare a casa, di muoversi con le dovute cautele. È una situazione difficile, chi ha la nostra età o simile non ha mai vissuto qualcosa del genere e gestire la cosa può essere più complicato. Ora vivo a Padova, dopo il lungo girovagare fatto da calciatore sono tornato a casa. Sono comunque vicino a Venezia, dove ho fatto le cose più importanti, a parte il Padova dove ho iniziato è l’unica realtà dove ho fatto più di un anno”

A proposito di Venezia, l'addio fu una decisione legata ad altre ambizioni o ci fu altro? “La scelta di andare via da Venezia non è stata proprio totalmente mia. C’è stata quell’annata dove il presidente ha lasciato e non si sapeva ancora quali fossero le sorti del Venezia Calcio in quel periodo. C’è chi è andato da una parte, chi dall’altra, e molti hanno seguito Zamparini a Palermo. Prima di andarci ci ho pensato mille volte, ma spesso nel calcio non conta solo il pensiero del calciatore, talvolta sei costretto a prendere certe decisioni. Negli anni seguenti qualcuno aveva qualche retropensiero, pensavano me ne fossi andato per chissà quali motivi, ma io ho sempre cercato di essere sempre sincero e onesto, quando ti mettono davanti certe cose non c’è sempre la possibilità di scegliere. Tornando indietro mi ritroverei costretto a fare la stessa scelta”.

Quell’acquisizione da parte di Zamparini del Palermo fu un colpo durissimo, quasi uno scandalo per i tifosi del Venezia: “Quell’anno là noi eravamo in ritiro col Venezia e fu anche per noi una cosa improvvisa, non ci furono preavvisi o possibilità di chiarimenti. Ci stavamo allenando col Venezia e a tutto pensavo tranne a quello che sarebbe successo. C’era poi mister Bellotto e anche per lui fu un colpo improvviso perché si vide togliere tanti pezzi in poco tempo. La volontà nostra era quella di continuare, ma non c’erano i presupposti per farlo. Quando tornai al Penzo col Palermo ero realmente infortunato, non stavo fuori per paura di qualcosa, infatti poi col Torino ho giocato contro il Venezia al Penzo. Se Zamparini fosse rimasto a Venezia quasi sicuramente avrei concluso la carriera in Laguna”

Il gol con l’Empoli è il primo ricordo dei tifosi: “Di quella sfida lì tutti si ricordano quel gol, ma fu tutto il contesto fantastico, perché eravamo sotto di due reti e con Bilica espulso. Dopo quella partita là facemmo un girone di ritorno allucinante. Il colpo fu un gesto istintivo, mi è venuto il colpo così perché per calciare in porta potevo fare solo quello. Poi per mandare la palla in gol ci voleva un po’… un po’ tanta fortuna, ma probabilmente l’atmosfera che c’era ha aiutato a spingere la sfera in rete. Chiaramente quella volta anche per me fu strano vedere che Mancini che aveva fatto una cosa simile era sulla bocca di tutti mentre del mio gol si parlò poco, ma è una cosa che fa parte del calcio”.

L’arrivo di Recoba portò una svolta improvvisa non solo per la squadra, ma anche per Maniero, un caso? “Non penso sia stata un caso la svolta con l’arrivo di Recoba. La squadra cambiò proprio perché arrivò lui, sembrava fosse con noi da sempre, portò una grande ventata di ottimismo. Quando era arrivato lui ricordo che eravamo messi tanto male, a ripensarci adesso non avrei scommesso neanche una lira sulla nostra salvezza. Nella prima parte di stagione probabilmente era mancato il giocatore capace di fare il guizzo, in azione o su calcio piazzato. Da fermo ci allenavamo spesso e sapevamo che Recoba l’avrebbe messa dove chiedevamo”.

È rimasto il rapporto con qualche compagno di quel Venezia? “Mi sento ogni tanto con Simone Pavan, l’ho incontrato quando è venuto qua a Padova quando allenava il Pesaro. Poi anche con Ivone De Franceschi ho qualche contatto. Chiaramente la distanza rende più difficile mantenere dei rapporti, ma con più di qualcuno ci sono ancora dei contatti. Anche con Dal Canto mi trovavo bene. Con Recoba l’ultima volta che è venuto in Italia ci siamo sentiti”.

Proprio parlando di Recoba, spesso chi lo ha avuto, mister Novellino in primis, ha parlato di un giocatore tecnicamente eccezionale, ma che non aveva nella disciplina il suo punto forte: “Penso che la sua più grande lacuna sia proprio il fatto di non avere quella cattiveria agonistica, determinazione, voglia di migliorarsi sempre che hanno i grandi campioni. Perché aveva tutto sia a livello fisico che tecnico per essere alla pari di Ronaldo, Messi o Ibrahimovic. Ho giocato con tanti campioni e forse solo Baggio può essere comparabile. Però se all’Inter non è emerso un motivo c’è. A lui piaceva giocare a calcio, la parte atletica lo stufava e infatti arrivava in ritardo, magari l’appuntamento era alle 10 e lui arrivava alle 10:10. Però se hai gli obiettivi che aveva il Venezia queste cose gliele perdoni, in una grande non sono cose accettabili. Questa lacuna gli ha impedito di essere uno dei top al mondo"

Ora sta facendo la vita da allenatore, quali sono le difficoltà principali? “Ho vinto la Prima Categoria e siamo arrivati in Promozione. Allenare anche a questi livelli è completamente diverso rispetto a giocare. Quando giochi pensi solo ad aiutare la società e dare una gioia ai tifosi, sei concentrato sulle tue prestazioni. Quando alleni invece oltre a dover far fare ai giocatori il tuo gioco devi anche considerare l’aspetto umano, devi gestire 18-20 ragazzi, da tenere tutti allo stesso livello, anche se è difficile, perché si sa che nel calcio gli 11 che giocano sono contenti, i 7 in panchina meno e i 2-3 che restano fuori non lo sono per nulla. Però devi riuscire a tenere tutti sulla corda, in partita e allenamento, dando anche la parolina soprattutto in allenamento e non è semplice spiegargli perché uno gioca e uno no. È così in Serie A come in Terza Categoria. Anche qui c’è il gruppo di quelli che giocano sempre e magari quei due tre ruoli dove puoi variare un po’ di più”.

Più importante il lavoro di Novellino o il quid in più dato dal Chino? “Sono due cose che vanno di pari passo, c’è il lavoro di Novellino e l’aiuto di Recoba a metterlo in atto, prima del suo arrivo c’era magari difficoltà a concretizzare, mancava la ciliegina sulla torta che è stata proprio il Chino. C’è stato prima del suo arrivo – continua Maniero - un momento in cui il presidente voleva cacciare Novellino, fummo noi giocatori a chiedergli di tenerlo perché convinti del suo lavoro, non era un discorso di allenatore o di gioco, fortunatamente è stata una delle poche volte che il presidente ha dato ascolto ai giocatori (ride ndr). Già l’anno dopo ci fu Spalletti, poi Oddo, Materazzi e di nuovo Spalletti”.

L’allenatore che ti ha lasciato di più il segno? “Ancelotti. Da Carlo ho imparato tanto sulla gestione dei ragazzi, non guardava solo ai grandi campioni della squadra come Thuram, Buffon, Cannavaro o Chiesa, allo stesso modo trattava Maniero, Giunti, Guradalben o Orlandini, è quello che lo eleva tra i grandi allenatori, perché dal punto di vista tattico puoi dirgli poco, ha vinto tutto. Nella gestione umana è il numero uno, tutti quelli che lo hanno avuto ne parlano bene”.

Al ventennale dell’Unione il tentennamento al momento del coro “chi non salta padovano è” è ancora ricordato: “Sfido qualunque veneziano che venga a giocare a Padova a saltare a un coro “chi non salta veneziano è” (ride ndr). Fa parte comunque del gioco, ci mancherebbe. Sinceramente avevo anch’io un po’ di titubanza perché si sa bene che tra le varie città del Veneto ci sono rivalità dal punto di vista sportivo. Però il calcio è la tua professione quindi non puoi andare tanto a guardare da dove vieni, poi avevo già avuto l’esperienza di Verona prima. Devo dire la verità, non ho mai avuto problemi, né io né Ivone De Franceschi. Dopo i primi mesi fatti a Venezia dove le cose non andavano molto come speravo i tifosi non hanno mai smesso di sostenermi, mi ha fatto piacere la passione mostrata”.

Lo segui ancora il Venezia, possibilità di tornare a lavorare in Laguna ce ne sono mai state? “Il Venezia di adesso lo seguo dal punto di vista dei risultati, è da tanto che non vengo al Penzo. In passato contatti per tornare a lavorare a Venezia poi non ce ne sono stati, non sono uno che va a offrirsi, chi mi vuole mi chiama”.

Come vedi il nuovo Venezia FC? Nutri speranza che tornino i tempi d’oro? “La speranza chiaramente c’è sempre, però ultimamente vedo le immagini dello stadio con poca gente, mi pare che l’entusiasmo sia calato, ma è normale con tutte le vicissitudini che ci sono state, se le paragoniamo ai tempi andati è ancor più normale. La gente sa e vede che è difficile che torni il Venezia di quei tempi, ma lo stesso lo posso dire per il Padova eh. Quando giocavo io avevamo 10/11 mila tifosi, adesso è cambiata un’intera generazione di tifosi, magari la gente va allo stadio più saltuariamente. L’atmosfera dello stadio è stata sempre emozionante – aggiunge Maniero -, ma non posso negare che fosse una rogna anche per noi tutta la fatica per andare, non ho mai capito cosa sia successo con quello stadio che sembrava si potesse fare sulla terraferma, poi no… è stata probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lì sì che poteva esserci il salto di qualità per il Venezia, se penso che il Palermo con Zamparini è arrivato in Europa poteva farlo anche il Venezia, sono le cose che nel calcio fanno la differenza, se quel Venezia avesse continuato con quel presidente e avesse avuto la possibilità di fare certe cose si sarebbe parlato di A per tanti anni”.

Alla fine una considerazione finale la fa lo stesso Maniero: “Quando ero a Venezia c’era una cosa che io e alcuni compagni non capivamo. Zamparini infatti a livello di impegno e investimenti era sulla bocca di tutti, eppure i tifosi lo criticavano. Non entro in discorsi extracalcistici, ma vedere un clima ostile per un presidente che è riuscito a portare giocatori importanti a Venezia ottenendo la A con la possibilità di fare ancora meglio, se ci fosse stata la scintilla, ci faceva parecchio strano. Con quello che aveva fatto e costruito doveva avere le scatole piene per andarsene, probabilmente per motivi che non sapremo mai. Nei quattro anni in cui sono stato però ci sono state tante contestazioni che mi hanno lasciato perplesso e che probabilmente centravano poco col discorso calcistico della squadra, dipende da come il tifoso vuole vedere il calcio, nei discorsi extra come detto prima non entro, ma per i risultati fatti non vedevo i motivi di questa ostilità. Però in tutta Europa Venezia è conosciuta, in alcuni posti magari squadre come la Sampdoria non sono conosciute, Venezia invece sì. Pensate la squadra del Venezia in Europa che clamore potrebbe suscitare. Magari fosse rimasto il presidente saremmo retrocessi lo stesso, però ho sempre avuto il rammarico di non sapere come sarebbe andata a finire se fosse rimasto lui con uno stadio nuovo”.