ESCLUSIVA - Mariani: "Voglio Venezia. Stadio e Curva, ho un sogno"

05.06.2020 08:00 di Davide Marchiol Twitter:    Vedi letture
ESCLUSIVA - Mariani: "Voglio Venezia. Stadio e Curva, ho un sogno"

Ne parla come se non se ne fosse mai andato. Pedro Mariani è stato nostro graditissimo ospite per una puntata del Talk Show di Tutto Venezia Sport. Davide Marchiol, Giuseppe Malaguti, Manuel Listuzzi e Alvise Osto hanno posto tutte le domande possibili e immaginabili all’ex difensore, che ha rivelato un amore incondizionato per Venezia e per l’arancioneroverde. Il passato, il calcio moderno, la Curva, il Penzo e un possibile ritorno, troverete tutto il Mariani pensiero in questa lunghissima intervista.

Partiamo dalle basi, ti chiamiamo tutti Pedro, ma il tuo nome è Pietro, dove nasce il soprannome: “Siccome noi siamo una famiglia italofrancese il mio primo soprannome nasce a Rieti ed era “Il Marsigliese”. Pedro nasce invece quando ero a Torino, nel settore giovanile segnavo molto e un giornalista, Barbero, si inventò questo “Pedro Abracadabra”, in un editoriale su quello che mi pare si chiamasse “Calcio Film”, giornale dedicato al Torino. Ormai fa parte di me tanto che in pochi mi chiamano Pietro, quando firmavo gli autografi mettevo sempre Pedro, mai Pietro”.

Sei stato tra i candidati per vincere il premio come miglior difensore centrali degli ultimi quarant’anni del Venezia: “Pensate quanti giocatori, anche di livello, sono passati per Venezia. Il fatto di ritrovarmi a concorrere è un onore, pur non avendo vinto. Ho ricevuto un’ondata d’affetto da brividi. Quando sono andato via ho pianto, avevo la residenza a Bologna, piansi dal casello vicino alla vecchia sede del Venezia fino a Bologna, tanto che quando arrivai a casa se ne accorsero. Andai via per colpa, oddio per colpa, il calcio è così, quando ci sono dei cambi di direzione si rimescola un po’ tutto… Con Zamparini il progetto era di ritirarmi a Venezia, Landri evidentemente non la pensava così”.

La partita in arancioneroverde che ti resterà nel cuore? Anche se penso la domanda sia retorica: “Ce ne sono tante in realtà, prima di quella sfida con la Juventus eliminammo la Fiorentina di Batistuta. Sfidammo tante squadre di spessore. La Juve all’andata la giocò al completo per vincere con molto scarto e al ritorno fare una gita, il Venezia si prestava a questo. Paradossalmente però, forse stimolati dall’essere in trasferta, giocammo meglio all’andata che al ritorno. Pareggiarono con un rigore inventato, tanto che Marocchi, che non mi sta simpaticissimo ma lo sa che c’è questa antipatia, mi disse “Ma noi siamo la Juventus”, allora gli risposi “Non so se a Venezia vinciamo o perdiamo, ma di sicuro vi faremo trovare l’inferno”. Quando li eliminammo la goduria fu doppia, il giro di campo poi fu emozionante. In quella partita ce lo dicemmo negli spogliatoi, c’era anche Zamparini con noi “andiamo dentro e giochiamocela a viso aperto”, dovevamo o perderla 6-0 o vincere. Rigiocandola dieci volte, nove volte finiamo fuori”.

Il Venezia dell’anno dopo forse sarà addirittura più forte anche se otterrà meno risultati: “A livello tecnico eravamo più forti sì, ma il calcio non è scienza esatta. Quell’anno perdemmo la promozione è vero, ma perché non riuscimmo a fare un paio di risultati, per il resto il ruolino di marcia rispettava le aspettative. Quell’anno era una B tostissima. Però sono d’accordo che sulla carta quella squadra era molto più forte di quella che fece quella Coppa Italia. Zaccheroni fece subito vedere che aveva qualcosa in più, instaurammo subito un bel rapporto. Lui ha una qualità che in pochi hanno compreso, quando vedi una sua squadra sembra che si gestisca da sola, sa come organizzarsi con i giocatori. Poi scusatemi ma quando – continua Mariani - ho visto la curva spaccata in due così mi è venuto un coccolone, noi avevamo quella curva che era spaventosa, chi veniva qua era impressionato e anch’io lo ero, pur avendo già visto piazze importanti”.

Stadio che è un punto scottante in laguna, dopo le polemiche sull’Unione un altro problema: “Per me Venezia può avere qualsiasi colore, se Venezia e Mestre formano un unico bacino d’utenza e c’è stata un’Unione, io gioco per entrambe. Quella dello stadio è un fatto talmente vecchio ormai… Io questo presidente lo adoro, mi piacerebbe conoscerlo. Il fatto che tiri fuori dei soldi per il calcio a Venezia è una cosa da levarsi il cappello, ci facciamo anche l’amore con il presidente, ma dopo trentacinque, quarant’anni questo stadio se non è sorto un motivo ci sarà, senza scendere nel perché politico. Oggi le società sono multinazionali, lo stadio non lo ha mai voluto fare nessuno, ora gli imprenditori che vengono da fuori vogliono fare gli stadi, ma per loro lo stadio di proprietà non è un interesse prettamente sportivo, tutte queste proprietà straniere che comprano le società italiane, come successo all’Inter, al Milan, non conoscono la realtà sportiva, lo stadio lo rifanno a fine di marketing. Per me – aggiunge Mariani - a questo punto ristrutturare il Penzo sarebbe un sogno, poi la parte di marketing puoi farla da un’altra parte, non serve sia per forza all’interno dello stadio, a Benevento per esempio fanno così. Però comprendo anche le esigenze economiche, del romanticismo se ne fregano e ci sta, ma a me personalmente come Pedro piacerebbe tornare al Penzo ristrutturato”.

I tifosi del Venezia si sono attaccati a te tantissimo e sei entrato nei loro cuori nonostante alla fine tu sia rimasto tre stagioni: “Non andavo a giocare nelle squadre, andavo a vivere nelle città, è il senso d’appartenenza. Diversi giocatori in città un po’ escono un po’ no, incontrano qualche tifoso e fanno qualche autografo… io non ero mai di passaggio, ero anche un po’ “coglioncello” in questo perché dopo sette/otto mesi volevo restare per sempre in una città, perché mi catapultavo dentro la gente e i colori. Io a Venezia non ci ero venuto solo a giocare, ero stato adottato dalla città che mi aveva affidato i suoi colori. In questo il calcio è cambiato tanto. Spesso si dice che il problema sono i soldi, ma anche al tempo i calciatori guadagnavano bene, è sempre stato business. Solo che le appartenenze sono diverse, si sono persi i punti di riferimento, gli agenti ti trasformano un po’ in oggetto da spostare. Nel ’94 ebbi una richiesta da parte del Padova – svela Pedro -, mi chiamò un avvocato mio caro amico che iniziava a fare il procuratore e mi chiese se poteva rappresentarmi per farsi conoscere un po’ e gli diedi il permesso. Mi disse che mi voleva il Padova, ma io gli dissi subito di no, non potevo passare agli acerrimi rivali. Abitavo a Favaro Veneto, uscivo per andare ad allenarmi e se incontravo un vecchietto in dialetto, che non so come capisco perfettamente, mi invitavano subito a bere. Mi ero comprato poi una barchetta, la domenica non rientravo nemmeno a casa, andavo a farmi un giro al Lido. Forse è questo mio vivere la realtà in cui ero che ha fatto sì che i tifosi si attaccassero così tanto a me”.

Nasci come ala: “Radice ebbe coraggio, mi fece esordire a 17 anni, ripagai la fiducia perché risultai il miglior minorenne esordiente. Pulici ebbe un periodo un po’ così e allora ebbi un po’ di spazio. Più che a Torino però il mio ruolo si definii a Brescia, in ritiro da ala mi spostarono a difensore e risultai tra i migliori dietro Baresi e Montero”.

Potevi ottenere qualcosa in più nella tua carriera? Gli infortunii hanno limitato tanto: “Prima delle Olimpiadi ero con l’Under 21 di Maldini in America, all’ultima partita mi presi quattro giornate di squalifica e quelle giornate erano da scontare, persi quindi le Olimpiadi che spesso erano trampolino di lancio. Venni convocato poi dalla nazionale sperimentale, dove giocavano i papabili di passare in Nazionale A. Per nubifragio non giocammo e persi l’occasione. Due batoste. Però sono arrivato a giocare circa 700 partite ufficiali di campionato, circa 800 se contiamo quelle di Coppa. Ho giocato in un periodo dove il livello era altissimo, se sono arrivato lì con quel calcio di più non potevo fare. Oggi i calciatori sono presi da tante cose, ci sono tante distrazioni… una volta formavano l’uomo prima che il calciatore, tanti ragazzi più bravi di me si trovavano rapidamente le valige in mano. Io una volta – ricorda il difensore - arrivai tre minuti in ritardo alla cena di squadra del Torino perché beccai un rosso in più a piedi. Arrivai, cenai, tornai in camera e mi trovai le valige pronte. Se non era per Graziani, Pulici e Zaccarelli che andarono a pregare la buon anima di Bonetti di tenermi io ero a casa nonostante fossi un astro nascente, ma non si guardava solo a quello quella volta. Io subito dopo l’esordio mi beccai un calcio nel culo perché andai a farmi un massaggio sul lettino dei massaggiatori, avevo 17 anni e Ciccio Graziani mi prese a calci “ma tu hai 17 anni e già pensi ai massaggi? Hai tempo”. Adesso invece se sei bravo passano sopra alle cose, se sei scarso ti fanno notare pure se respiri. Non va bene”.

Sei rimasto in contatto coi tuoi compagni? “Mi sento con Bortoluzzi, Campilongo, Bonaldi… capita di scriverci, ci sentiamo. Era una squadra molto più forte fuori dal campo che non dentro, uscivamo spesso, passavamo le serate al Blu Gardinia. Ci fecero notare che bevevamo e mangiavamo troppo, ma noi avevamo un motto: se andiamo fuori a cena si mangia e si beve. Però poi il giorno dopo andavamo al campo e in allenamento non doveva volare una mosca, dovevamo metterci lo stesso impegno messo nel mangiare e nel bere. Spesso mi è capitato di attaccare qualcuno al muro, perché l’idea che stava dietro al motto andava seguita alla lettera. Penso che sia stata questa unione a portarci i risultati che poi abbiamo ottenuto. L’anno dopo che avevamo una squadra più forte ma forse non c’era un gruppo unito così tanto, non ci sono mai stati screzi sia chiaro, ma a cena quell’anno noi eravamo già in partita, parlavamo della prossima partita, di chi ci saremmo trovati davanti…”

L’allenatore che ti ha segnato: “Ho avuto tanti allenatori bravi, ma con Radice c’era un legame speciale, sono rimasto tanto in contatto con lui e quando si è ammalato mi tenevo in contatto con il figlio Ruggero. Lui aveva una cosa che oggi manca a tanti, il coraggio. Mi fece esordire quando nel mio ruolo a Torino c’era uno come Pulici. Il Torino di Radice che giocava contro dei mostri sacri giocava con un’età media di 22 anni, oggi Pecci, Dossena Sala, ci suonano come nomi incredibili, ma erano sconosciuti all’epoca. Fu il primo a giocare col calcio totale. Fuorigioco, pressing alto, ha creato una concezione diversa del calcio, tanti allenatori glielo hanno riconosciuto. Era avanti vent’anni. Ho avuto Papadopulo, Giacomini, Zaccheroni, ma lui fu incredibile”.

Padova che ti chiese nel ’94 e alla seconda volta che ti cercò riuscì a convincerti: “Fu uno scherzo della natura. Vincemmo il campionato con l’Andria. Andammo in B e ci fu un rimescolamento, non mi riconoscevo più in quella squadra. Quando non sto bene me lo si legge in faccia. Mi chiamò un carissimo amico che è Spillo Altobelli, era a Padova con Viganò che era legato all’Inter. L’Andria anziché lasciarmi tempo per pensare mi mise fuori e quindi a gennaio mi accordai già col Padova. Altobelli alla fine ottenne il mio sì con il ricatto, ma devo fare una premessa: gli avevo fatto uno sgarbo qualche anno prima. Mi preparò tutto per andare all’Inter ai tempi di Brescia ed era certo che sarei andato all’Inter, ma avevo anche un’offerta importante da Bologna. Ero al bivio sull’autostrada per andare o verso Milano o verso Bologna, mi chiamavano entrambe per sapere se stavo partendo con la macchina per la firma. Dopo due ore e mezza decisi di andare a Bologna, dove sarei stato importante, all’Inter sarei stato una seconda linea e a 30 anni non mi andava molto. Non mi parlò per due anni. A Padova allora andai per riappacificarmi con lui, ma trovai un ambiente pessimo, non mi trovavo bene e mi pento abbastanza di esserci andato”.

Segui il Venezia in questi anni: “Non ho mai visto una partita completa del Venezia di adesso, ma mi informo e guardo le azioni salienti. Soffro, questa dirigenza deve capire cosa vuole fare, me li ricordo i proclami e a un certo momento mi è sembrato siano venuti meno come intenti, si sono forse impantanati con la questione stadio. Vorrei che fossimo sempre almeno a lottare per la A, provarci. Invece siamo una volta ripescati, ora annaspiamo… se riescono a portarci in A meglio ancora, ma intanto la lotta per la A sarebbe la giusta dimensione. Troppi rimescolamenti poi, tanti dirigenti, giocatori… se in un’azienda cambi ogni volta tutto non vai lontano. Serve fare ordine”

Gli ex Venezia in società sono già diversi, ci potresti stare. C’è mai stata la possibilità? “Io sono per ridare il calcio a chi ha fatto calcio, con questa organizzazione del marketing mondiale in una società il 10% di chi ci lavora ha fatto calcio. È una cosa che ultimamente accade anche nella vita in genere. Se un dirigente a cena dopo una partita deve farsi schiarire le idee dai collaboratori questi devono sapere di cosa parlano, deve tornare a esserci un confronto, che è l’anima del commercio e della vita. Sono stato lì lì per tornare a Venezia come allenatore, mi chiamò Pizzigati durante la gestione russa. Eravamo in due o tre a concorrere ma sembrava fossi il prediletto anche se alla fine non se ne fece nulla. Passai un due giorni senza capire niente perché per tornare a Venezia e mettermi a disposizione partirei a piedi domani, per qualsiasi ruolo. Non è che mi candido, ma mi piacerebbe molto”.

Hai provato la carriera dell’allenatore, com’è quel tipo di vita? “Quella dell’allenatore è una vita completamente diversa. Ho visto tanti colleghi iniziare perché temevano il vuoto finita la carriera e ci hanno lasciato le penne. Quando giochi devi pensare a te stesso, quando sei allenatore hai un gruppo da gestire, devi essere psicologo, c’è anche la partita con le mogli e le fidanzate dei calciatori da giocare, perché la vita fuori dal campo, a casa, del giocatore incide tantissimo. Per le esercitazioni poi servono collaboratori capaci. Io vorrei essere il compagno di un presidente per aiutarlo in qualsiasi campo. Oggi – aggiunge - faccio consulenza, faccio rapporti, do consigli, alleno i bimbi e gli stessi allenatori che magari vogliono crescere. Non trovo molto sensato pagare una persona per fare “il braccio destro”, non ha significato per me, ci devono essere ruoli chiari, ci dev’essere chi allena e chi compra i giocatori, poi ci dev’essere qualcuno che ti dice se il giocatore che stiamo comprando è giusto, se il gioco che stiamo facendo è adatto. Ora molti impongono il loro gioco, ma dev’essere l’allenatore che si adatta alla rosa a disposizione. Non sono un direttore sportivo e probabilmente nemmeno un allenatore o un team manager, voglio che mi responsabilizzino, non so comprare un giocatore ma se una squadra gioca il 4-3-3 e il 4-4-2 sarebbe più adatto me ne accorgo”.

Cosa significa per te il Venezia? “Io sento che prima o poi tornerò. Il romanticismo è bello ma lascia un po’ il tempo che trova. Però ti risponderò così, io calciatori del Venezia che hanno fatto 300 km in macchina piangendo non ne ricordo molti. Più mi allontanavo più rallentavo. Venezia mi ha segnato, con la gente ho legato veramente tanto. Non è un discorso economico, posso tornare anche gratis, voglio tornare a sentire certi odori, certe sensazioni, il prosecco, il mare. Troppo bello ragazzi”.