E' il momento di riprenderci il nostro pallone

21.04.2021 15:53 di Manuel Listuzzi   Vedi letture
E' il momento di riprenderci il nostro pallone

Avrei voluto iniziarlo così questo pezzo:

“C’era una volta la domenica pomeriggio, il pranzo dalla nonna e l’attesa spasmodica di un VeneziaMestre-Acireale che valeva il dodicesimo posto in cadetteria. C’era una volta la fila prima dell’ingresso in curva sud, circondato da un nubifragio di colore arancioneroverde e dal suono di cori che sembravano provenire direttamente dalle gole di gladiatori d’altri tempi. C’era una volta la battaglia tra ventidue calciatori sul campo che brillavano negli occhi, ed il suono di tuttoilcalciominutoperminuto a premere negli orecchi. C’era l’estate pregna di sogni sfogliando le sbiadite pagine della gazzetta divorata sotto al sole, e la delusione del colpo mancato all’ultimo secondo che ci avrebbe condotto verso l’ennesima stagione travagliata…”

Bello come inizio, no? Eppure appariva anche al sottoscritto eccessivamente anacronistico e smielato. L’illusione del calcio del popolo, la speranza di poter competere prima o poi con chiunque, è svanita da parecchio tempo. Probabilmente il periodo esatto è proprio il primo anno di serie a targato Novellino, quando la chimera di Davide contro Golia si è spenta negli arbitraggi di Pellegrino e Cesari, seppur riaccesa nel finale dall’approdo dell’alieno uruguagio. Poi, per quasi due decenni, ho cercato di non guardare, di godermi il presente come suggerisce la filosofia buddhista, e di nascondere le frustrazioni sportive sotto un tappeto che si faceva via via più spesso. Ci siamo tuttavia indignati davanti al mondiale in Korea, abbiamo imprecato quando la Francia rubava il mondiale alla piccola Irlanda, solamente i tifosi viola hanno invece tatuato in mente l’”abbaglio” di Ovrebo in quel Bayern-Fiorentina, costato alla squadra toscana quarti di finale e milionate di euro. Mentre in lega calcio si litigava per qualche euro in più o in meno, le tre grandi del nostro calcio si spartivano la pioggia di denaro che arrivava dalle tv e dall’Europa in nome di quel bacino d’utenza che in questi giorni è diventato l’unico parametro decisivo per segnare il presente ed il futuro di un club. I ricconi del mondo iniziavano il loro risiko sugli squadroni del continente, lanciando un’asta globale verso chi racimolava il debito più grande. Nel mentre io, qualche amico, e lo zoccolo durissimo di una tifoseria martoriata, tentavamo di portare il nome della nostra città nei campi di St Georgen di Brunico, di Sacile, di Quinto di Treviso, dividendo le nostre domeniche pomeriggio tra un pranzo, una partita di calcetto improvvisata nel parcheggio, e lo “spettacolo” della serie d. A chi mi rivedeva tornare felice e stanco dalle vicine trasferte ammiravo lo sguardo attonito e quasi paternalistico, con quell’espressione evidente che diceva: “Ma ancora, sul serio? El Venessia?!”.

Eh già.. el Venessia.

Perché in queste ore ho scoperto, o meglio, riscoperto, che ciò che amo di questo sport non è (solo) la giocata del grande campione, non è (solo) la vittoria nel derby, non è (solo) la gloria di una classifica positiva; ma è l’orgoglio, la passione, il credo quasi ossessivo, verso i colori arancioneroverdi, l’amore per la mia città. Vede signor Perez, il calcio non è una piramide, noi non siamo i vostri cagnetti che aspettano gli avanzi sotto al tavolo. NOI SIAMO IL CALCIO. Ogni bambino, ogni ragazzo ed ogni uomo che decide di sottoscrivere una vita di sofferenza, a volte quasi fisica, tifando per delle squadre che non vinceranno mai nulla, che consapevolmente sceglie una strada di schernimento costante e di lunedì amari, amando la propria terra, tifando e sostenendo il suo stesso popolo, ha già vinto. Ogni persona che prima di uscire di casa si attorciglia quella sciarpa attorno al collo come se fosse un gioiello, che si guarda allo specchio cercando di renderla più visibile possibile, è degna d’onore. Si può simpatizzare per le big del nostro calcio, ci si può innamorare dei campioni che giocano per esse, si può festeggiare ed essere raggianti per i suoi trionfi, ma esultare per la propria città non è solo rendere omaggio alle nostre radici ed alla nostra storia, è entrare a far parte di una tradizione che generazione dopo generazione mantiene vivo il sogno di chi da sempre si rifiuta di sottostare al padrone, al ricco, all’arroganza del potente.

Tifare VeneziaMestre, o per qualsiasi altra squadra di provincia italiana, è affermare la propria indipendenza davanti ad un mondo che ci vuole tutti omologati sotto alle magliette da 130 euro di Cr7 e Lukaku. Significa insegnare ai nostri figli il senso di appartenenza ad una comunità, tramandare l’onore di far parte di questo popolo, di questi riti, di questa lingua, di questa storia straordinaria.

Le tifoserie inglesi, seppur ammaliate dai milioni spesi dalle loro società che gli hanno permesso di vedere con la propria maglietta fior fior di campioni, hanno saputo dimostrarci come il calcio sia ancora nostro, o quantomeno, che esiste ancora una piccola speranza di riprendercelo.

Non so quante altre stagioni così splendide vivrà il popolo unionista, ed anche per questo credo sia arrivato il momento che ognuno di noi si domandi: sto facendo abbastanza per trasmettere alle prossime generazioni la grandezza della nostra squadra e soprattutto l’amore che proviamo per essa?

Quando compriamo la prima sciarpa rossonera o nerazzurra a nostro nipote, riusciamo a percepire come questo ci stia lentamente ma inesorabilmente portando verso il calcio che vogliono i signori Agnelli e Perez? Il cambiamento può partire esclusivamente da noi, proprio coloro che hanno l’arancioneroverde tatuato nel cuore, perché se non lo faremo noi, loro avranno ottenuto la loro piramide, e noi saremo sempre sul fondo, ad aspettare le briciole.

Avanti Unione!