Voltiamo pagina

Fonte: Manuel Listuzzi
Voltiamo pagina

Ho dei flash. Pomeriggi grigi sotto la pioggia, un calcio infimo fatto di fango ed orgoglio. Mi ricordo quando scorgere qualcosa di arancioverde ti apriva il cuore, come se non fossi rimasto il solo a vivere per questi colori. Si prendeva l’autobus dal viale,  si saliva in vaporetto e quando si scendeva alla pineta di sant’Elena la prima domanda che veniva alla mente era una: ma chi diavolo me l’ha fatto fare??

E non so nemmeno quanti anni siano passati, quanta acqua sia scorsa sotto ai ponti, come si dice da ste bande. So solo che già un pre partita vissuto così, in mezzo alla mia gente, vale tutti gli anni assurdi che questa maglia mi ha fatto vivere. Riabbracciare la Serie A per me non è solo questione di grande sport, del grande evento, della mia squadra che gioca ai più alti livelli, ma è appartenenza, la riconoscenza di chi sapeva che prima o poi questa città sarebbe tornata dove merita. Una città nata per trionfare, nei risultati così come nella bellezza delle proprie arti. 

Però, poi, c’è il campo. 

E tutto ciò ritorna ad essere un contorno, quello di chi, anche oggi, non riesce a sentirsi all’altezza. In una sfida che ti proiettava fin dall’avvio ad un bivio, un campionato di lotta e sofferenza oppure di sogni e speranze. Ed i nostri ragazzi non sono riusciti a calarsi nei ritmi e nell’importanza della sfida facendoci piombare in un vortice di negatività che noi, per primi, dovremo provare a risalire. Certo, non era questa l’Unione che ci aspettavamo, non certo a pochi mesi di distanza da un successo che probabilmente ci aveva illuso di partire da una base più solida. Eppure, oggi pomeriggio, abbiamo avuto il primo assaggio di cosa serva per salvarsi. Compattezza, lettura delle situazioni, cinismo. Tutto ciò che ci mancava due anni fa, e che paradossalmente sembra mancare anche oggi. Il VeneziaMestre non ha giocato una pessima partita, anzi, per larghi tratti è apparsa come la squadra in grado di prendere in mano la sfida e ciò, ha fatto. Ciononostante i limiti di una formazione ancora troppo fragile hanno deciso il primo scontro diretto della stagione, mettendoci con le spalle al muro dopo soli 90 minuti. La crescita sotto il profilo dell’uscita dal basso non sono stati sufficienti per scoprire la retroguardia salentina, così come i miglioramenti di un Bella Kotchap apparso più a suo agio in fase di perno centrale, almeno fino alla svirgolata che ha concesso il vantaggio ospite. Funzionale ed ordinata la mediana, al punto che non si può definire, dal mio punto di vista, nè il migliore nè il peggiore del reparto. Non siamo quasi mai andati in sofferenza, non abbiamo perso i duelli decisivi, nè mancato di voglia od intensità. Semplicemente abbiamo preso un gol dopo pochi secondi della ripresa che nessuna squadra che ambisce a rimanere in questa categoria può permettersi di prendere. Il contraccolpo psicologico, inevitabile quanto prevedibile, ci ha costretto ad una gara di puro e disperato attacco che, al momento, non appare pienamente nelle nostre corde. Sarebbe troppo semplice additare ogni colpa agli episodi, ad un match girato male (soprattutto visti gli avvenimenti delle due reti annullate), ma la verità è che questa rosa non sembra ancora completa per affrontare la serie A. La scelta, tecnica o emergenziale che fosse, di non rafforzare una catena di sinistra evidentemente carente può esser giustificata da una speranza sui nuovi innesti, oppure dall’idea creativa di un attacco verso l’area a piede invertito. Ma la realtà è che l’ingresso di Haps ha comunque permesso di andare sul fondo col piede forte, creando perlomeno i presupposti di un attacco che prima sembrava confuso. È piaciuta, quantomeno al sottoscritto, l’intesa del duo offensivo, sebbene in rare occasioni Yeboah abbia potuto inventare con la faccia alla porta, ovvero ciò che ci rende pericolosi. Adams ha lottato ma è palese quanto le caratteristiche del bomber nigeriano necessitino di altri meccanismi e soluzioni  per essere accese. 

Certo fa male. È doloroso approcciarsi alla massima categoria dinnanzi ad una delle squadre meno strutturate che affronteremo, cadendo pesantemente tra le mura amiche come non ci capitava da parecchio. Ma questa non è una race, è una maratona. Ed attraverso lo spirito di una piazza che è stanca di sentirsi Cenerentola si può iniziare a comprendere come questo passo falso sia semplicemente il primo gradino verso una creatura che ogni settimana possa rinascere più concreta e consapevole, perfettamente conscia del fatto che bisognerà sputare sangue per staccare quel pupazzetto che vale un altro giro di giostra. Il nostro direttore che tanto abbiamo applaudito nella scorsa stagione ha ancora più di una settimana per tamponare delle falle che questa sera sono apparse piuttosto evidenti. La fiducia se l’è guadagnata, ora va certificata.. perché Venezia e Mestre meritano, finalmente, di vivere una serie A da protagonisti, o, almeno, non da vittima sacrificale. Avanti unione!