“Storia di un'Unione", puntata con la Meghy

31.01.2024 13:32 di Manuel Listuzzi   vedi letture
“Storia di un'Unione", puntata con la Meghy

Per il sesto numero di “Storia di un’Unione” abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con una delle anime femminili della storia della tifoseria arancioneroverde, la Meghy.

Ciao Meghy, iniziamo dalle origini della tua passione?

Sono veneziana di Dorsoduro, giocavo a calcio ma non frequentavo lo stadio, ma conobbi un mestrino che mi portò a vedere la prima partita al Baracca, contro la Fiorentina in coppa Italia. Ricordo che era la prima volta che ci avrebbero trasmesso in differita col commento di Piccinini, c’era un atmosfera fantastica. Poi feci la prima trasferta a Vicenza, non avevo mai visto uno stadio, ma fu un’esperienza che non dimenticherò mai, perché i vicentini invasero il campo e vennero verso il nostro settore; uno di loro ed uno dei nostri si affrontarono nel parterre dei distinti, ed il mio compagno mi portò allora in bagno chiudendomi dentro; all’epoca non conoscevo queste dinamiche per cui restai lì dentro con un'altra ragazza passando dieci minuti d’angoscia. Poi uscii insieme ad un corteo e tornammo in stazione. Il mio ragazzo pensava che non mi avrebbe mai più rivista in uno stadio, invece proprio quel giorno nacque in me una passione indescrivibile che non mi abbandonò più.

Entrai così in punta di piedi a frequentare il bar 4 cantoni, furono gli anni più belli di sempre. Non m’interessava il cinema, andare a sciare, c’era solo l’Unione; non perché avessi voglia di fare casino, ma perché adoravo l’organizzazione, stare in compagnia, sempre, sette su sette. Io arrivavo a casa dalla scuola infermieri e non vedevo l’ora di andare al bar, stando lì dentro anche 12 ore. Chiunque entrava era ben accetto, non eravamo solo una compagnia di amici, eravamo di più. Per la celebrazione dei 10 anni contro la Salernitana mi macchiai le scarpe nuove con la pittura facendo lo striscione ma ero felice; prima del derby di Padova la società mi diede i biglietti da vendere in via Torre Belfredo, c’era una coda infinita, e ricordo che obbligavo la gente a fare la colletta per la coreografia. Facemmo su milioni e mi dissero di portarli a piedi fino alla sede societaria. Vedi, era tutto così leggero, easy, ma bellissimo.

Ci racconti di più della prima sede degli Ultras?

146 di Torre Belfredo, bar 4 cantoni, prima sede Ultras Unione. Chiedemmo ospitalità a Mara e Pomo, i gestori, ma prima era uno juventus club, dove facevano riunioni. Ci mettemmo due o tre serate per occuparlo e lo juventus club fu spazzato via.. Gli UU sono un ricordo che i fortunati hanno vissuto.. Il nostro riferimento era il telefono del bar, da lì partivano e si gestivano le liti con i veneziani della Vecchia Guardia e tutte le altre beghe. Una volta chiamò persino il “Barone” di Milano per chiederci di riportare lo striscione rubato qualche giorno prima agli Eagles Korp, un gruppo di ultras palermitani con sede a Roma. Evidentemente i palermitani lo sentirono per farselo restituire e lui ci chiamò per farlo, ma noi ovviamente non lo facemmo. Noi ci vedevamo al bar, non c’erano mai polemiche perché le cose ce le dicevamo in faccia e questo si rispecchiava poi nella curva la domenica, ed infatti siamo stati belli come nessuno! Questo benessere tra di  noi si rifletteva allo stadio. Ed occhio, c’erano baruffoni ogni settimana, ma poi si risolveva così, al bar.. Il clou però erano le riunioni del martedì. Io urlavo tantissimo, si litigava sempre, ma nessuno si è mai permesso di zittirmi. Si discuteva quasi sempre per le coreografie, o per l’organizzazione delle trasferte. Una di quelle che ricordo di più fu quella volta di Salerno, prima ed unica trasferta in cui non appendemmo lo striscione degli UU. Era un anticipo del venerdì, primi anni 90, ci trovammo in difficoltà ed andarono solamente in 5 ma con uno striscione diverso. Fu quella volta che conoscemmo il Siberiano ed iniziarono i primi contatti con la loro realtà.

Quali sono i tuoi ricordi del passaggio di giocare dalla terraferma a Venezia?

L’ultima al Baracca contro il Messina, fu un giorno tristissimo, era la prima di campionato di serie b, fu dalla successiva che si iniziò a giocare al Penzo. Quando si cominciò a parlare di spostarci a giocare a Sant’Elena la stampa si schierò apertamente verso questa nuova “vecchia guardia” neroverde e così decidemmo di organizzare con il Franz il famoso corteo da Piazzale Roma. Eravamo tutti col bomber arancione, bandiera arancioverde, una marea. Così arrivammo allo stadio e ci insediammo in curva, prendemmo letteralmente la sud, fu un vero gesto simbolico. Eravamo 4-500 e là capimmo che avevamo un fuoco dentro.

Essere una donna in un mondo ultrà ti ha mai creato imbarazzi o problemi?

Come donna ero sempre ben accetta, per gli Ultras Unione contava solo la mentalità. Eravamo giovani spensierati, l’ideologia politica non era importante all’epoca, c’era un legame tra di noi, contava solo portare i nostri colori, l’aggregazione era la cosa fondamentale, l’ideale unionista il nostro unico scopo. Avevamo insegnanti come il Bae, Franz, Frizzo, gente che sapeva fermarti al momento giusto, mediavano in un gruppo di selvaggi. Il gruppo era come stare al lavoro, ognuno aveva il suo ruolo; c’era chi difendeva lo striscione come il Kaos, poi c’era quello calmo, il paciere, c’era chi sapeva gestire i rapporti con gli altri, amici e nemici che fossero.

C’erano altre ragazze giusto?

Certo. In curva si creò il gruppo delle “wild girl”, ma non ne facevo esattamente parte; per me non contava nulla di che sesso fossi in quella curva,  per me c’erano solo gli Ultras Unione. C’erano le 4-5 fondatrici del gruppo, in più si aggiungevano le fidanzate dei vari ragazzi; ma in un ambiente ultras ciò significava aver veramente un certo carattere, erano ragazze che avevano comunque fatto la loro gavetta, eravamo sempre attive. Allora bisognava guadagnarsi la stima ed il rispetto, ed a parte difendere lo striscione facevamo esattamente le stesse cose degli uomini.

Ti va di raccontarci qualcosa di due amici che abbiamo salutato, Arnaldo solo da pochi giorni, ed il Bae qualche anno fa?

Il Bae era veramente il papà di tutti, mentre il Loja lo era per tutti i giovani, era una vera guida. Il Bae ci voleva proprio  bene. Dava sicurezza, soprattutto nei momenti di crisi del gruppo, poteva risolvere ogni cosa con calma, si faceva carico anche dei tuoi problemi, sempre. Arnaldo non è mai stato una prima donna, era sempre molto umile nonostante gestisse tutto; diceva sempre scherzando che “le donne in curva non dovevano esserci” ed io lo mandavo a quel paese; era una guida diversa rispetto al Bae che aveva un’esperienza di vita differente, ma erano due che avevano voglia di includere, sempre, chiunque era il benvenuto. Arnaldo era uno che rideva, e faceva ridere, era il leader più giusto, un leader senza essere leader, era inclusivo, era quello che serviva. Non lo vedevi mai attaccarsi con uno, sempre rispettoso con tutti, non faceva il fenomeno. L’abbiamo amato per questo, era semplice, e quando si sciolsero gli Ultras Unione morì per la prima volta. Quando si giocava alla domenica al sud si partiva sempre alle 9.07 del sabato dal binario 9, puntualmente senza biglietti, o con i biglietti falsi come quella volta fatti dai cosentini. Ricordo il Loja che presentava il biglietto falso al controllore..  pagavamo l’andata ma al ritorno diceva “dobbiamo tornare a casa, vedete voi se volete lasciarci qui..”. Una volta organizzai il torneo di scopone scientifico al bar e vinsi proprio contro il Loja che me lo rinfacciava sempre, ero una ragazza in mezzo agli uomini, ma era una famiglia..

Situazioni “difficili” quindi ne hai vissute parecchie.. ti va di raccontarci qualche aneddoto?

Puoi dirlo… A Bologna finirono a processo 15 unionisti, senza fare assolutamente nulla. C’era la neve, zona antistadio, fecero passare i primi 4 pullman ma non l’ultimo che venne fermato; vedemmo i poliziotti posizionarsi dalla porta al sottopassaggio e l’unico modo di passare era là in mezzo.. il mio compagno riuscì a portarmi fuori poco prima del disastro parlando con un poliziotto, io invece restai lì, non potevo abbandonarlo. Ci fu un processo e fortunatamente andò tutto bene. Erano anni in cui magari c erano meno diffide, ma bisognava accettare che i conti si risolvessero così.. Un altro episodio fu quello dell’autogrill a Faenza dove trovammo un bel gruppo di atalantini, e lì finì la nostra trasferta, visto che ci restammo tutto il giorno.. Ricordo che ci guardavamo a 50 metri di distanza dopo il parapiglia iniziale, loro ci denunciarono, un disastro.. La cosa divertente è che Franz prima di ogni trasferta studiava tutte le combinazioni possibili su chi potevamo incontrare ad ogni incrocio, quindi sapeva già benissimo che avremmo potuto trovarli.. e quando non ci vide arrivare sapeva già tutto.. Un anno andando a Cosenza fermammo persino un treno di linea perché non era “speciale”, finché non si arresero e ci trasferirono in un treno solo per noi. Quell’anno c’era già un amicizia coi cosentini ma lì iniziò il vero gemellaggio, venne ufficializzato,  ospiti di padre Fedele. Ma anche la trasferta della semifinale di coppa Italia ad Ancona… dove saccheggiammo l’autogrill di Fano e la gente scappò letteralmente in mezzo ai campi  di grano.... ci costò un milione e mezzo, pagato con la cassa della curva…

E nei derby?

A Treviso finimmo ammanettati al palo della stazione.. Ricordo che in curva c’era un muro che delimitava l’esterno, ed io dall’alto vedevo da una parte la polizia e dall’altra l’interno della curva. I ragazzi iniziarono a prendere a pedate il muro e si accorsero che iniziava a cedere… e poi ci fu il panico, la gente uscì, la polizia non ci capì molto, e così s’invase la città fino alla tangenziale.. A Padova invece ci lasciarono in treno quando mancava poco all’inizio, così decidemmo di scendere tutti. Invademmo la tangenziale in mille, in controsenso di marcia con la gente che ci guardava sconvolta ed andammo a piedi verso lo stadio con bandiere e sciarpe al vento, una scena epica..

Altri episodi che hanno segnato la tua vita ultras?

Una evento che ricordo fu a Genova per il funerale di Spagna; noi andammo come rappresentanza degli  UU con Frizzo, ed alle 6 di mattina ci incontrammo ad un casello con i vicentini, con cui non ci eravamo mai visti prima. Tra di loro c’era proprio quello che si era picchiato con uno dei nostri in quel famoso derby, e da quel momento nacque un amicizia e grande rispetto. Ricordo che ci fermammo all’Ottavio Barbieri in sede, uno dei luoghi simbolo degli ultras in Italia. Iniziai a conoscere mondi diversi ma comunque anche lì come donna fui sempre rispettata, mai snobbata, era come se fossi asessuata, se avevi una certa mentalità eri in ogni caso una di loro. Ci sono poche donne ultras in effetti, ma quelle che lo sono veramente è perché hanno l’atteggiamento, la mentalità, sanno cosa significhi difendere il gruppo, hanno un ideale.

Qual era invece il tuo punto di vista sul tema identitario?

Posso dirti che per l’identità, seppur da veneziana, ho lottato più io dei mestrini; sono sempre stata della semplice idea che c’erano due squadre, quattro colori, ora ce n’è una con tre colori chiari e definiti,  e la fusione doveva rispecchiare entrambe le città, punto. Per me esisteva solo VeneziaMestre, non esisteva il Venezia. Era questo ciò che ci teneva uniti, il principale motivo, era la lotta contro i neroverdi. Non c’era da discutere, era una logica mentale, avevi due squadre, le hai unite, entrambe erano lì dentro. La Vecchia Guardia ci ha aiutato ad essere uniti, credo che senza di loro probabilmente noi unionisti non avremmo lottato così tanto! Il fatto di dover convincere la gente, difendere questo ideale contro tutti, ci ha reso una cosa unica. Inoltre siamo stati noi che portammo la mentalità ultras a Venezia, perché la verità è che prima non esisteva proprio; ed è per quello che gli Ultras Unione furono un punto di riferimento, eravamo la novità. Come dice mio marito, siamo stati dei fondamentalisti su questo , la Vecchia Guardia ci ha costretto a radicare in noi un seme, guai se parlavi con noi di Venezia, esisteva solo l’Unione. In quell’arancione sulla maglia, che sia tanto o poco, c’è la storia della sua squadra di calcio. Quel Mestre che lui seguiva fin da bambino è nella maglia dell’Unione, punto e basta. Se qualcuno togliesse quel colore, non ci andremmo più. Si tende, sbagliando, a tenere viva solo la storia del Venezia e non quella del Mestre, ed io da veneziana, paradossalmente, lo trovo sbagliato! Certo che si deve parlare di Loik e Mazzola, ma perché dimenticare la storia arancionera visto che la portiamo comunque al nostro interno? Poi c’è un’altra cosa..

Dimmi pure.

C’è un errore di fondo, che da sempre ci contraddistingue, e che addirittura mi vede in disaccordo dal mio stesso marito. Ovvero cos’e questa squadra? Molta gente dice che dalla fusione, nel 1987, c’è stato l’anno zero, me compresa, ma per lui è sbagliato. Dice che questa squadra nasce nel 1907 e cresce nel 1929, che bisogna quindi avere rispetto del passato, per quegli anziani di oggi che alla mia età andavano a vedersi il Venezia neroverde. Ma io credo che bisogna considerare tutte e due le storie in egual maniera, quella neroverde e quella arancionera, e se tu vuoi per forza escludere il Mestre allora devo considerare l’87 l’anno di fondazione del mio VeneziaMestre. Anche perché questo Mestre arancionero non esiste, hanno solamente sfruttato gli anni in cui al Penzo c’era un periodo un po’ così ed hanno ripreso forza, ma è una copia, non è reale. Noi portiamo il vero Mestre, è un fatto.

In quegli anni si lottava parecchio per la questione maglie…

La presentazione delle maglie era uno show... Ogni anno una lite, era quasi tradizione ormai. Certo tutti ricordano villa Condulmer, con i manichini portati via.. Ma anche quella volta in sede societaria dove Sogliano ci presentò il disegno della nuova maglia, tutta nera con banda verde e filetto microscopico arancione. Bastarono poche parole.. “Stasera non giocate..”, visto che c’era l’esordio in coppa, ovvero non giocherete mai con quelle maglie…. In poche ore ci fu una revisione e la banda arancione si fece magicamente molto più grande…

E come vedi la polemica degli ultimi anni sul nerooro?

Son cambiati i tempi, purtroppo, ormai si pensa solo a vendere. Non è più la maglia per la città, per la squadra. Noi eravamo orgogliosi solo dei nostri colori, ora invece la maglia deve essere fica perché se no non la si indossa, è triste ma è cosi. Però lo capisco, l’unica cosa che proprio non potrei mai accettare è una maglia neroverde. Posso dirti però che mi mancano tanto i colori di questa squadra, dalla società alla tifoseria, alla città. Certo sarà la moda, il momento delle curve attuali, ma se vai a vedere sono tutte curve all black! Noi abbiamo tre colori magnifici, dovremmo avere una curva brillante, perché non renderla così? Ho amici vicentini che mi dicono sempre “se avessimo i vostri colori faremmo cose spettacolari..”, hanno ragione!

Come mai ti tocca così tanto questo tema?

Sarà che come Ultras Unione noi avevamo proprio come missione il mantenimento del colori, ecco che così spiccava l’arancioverde! Noi dovevamo portare in giro per l’Italia la nostra fede, il nostro messaggio, cos’era questa Unione! All’epoca per tutti eravamo il Venezia, nei giornali tutti parlavano solo dei neroverdi.. la nostra battaglia era portare quell’arancione. C’avevano istigato, provocato, e noi reagivamo colorando tutta l’Italia del nostro arancioverde! Ormai io sono fuori da quel mondo, ma posso dire di aver vissuto gli anni più belli. Non ho più l’età, ho dato. In più il mondo del calcio è completamente cambiato, non hai la libertà di prima, ci sono daspo per ogni cosa. Per me non avere torce o fumogeni allo stadio è la morte, la fine, per esempio.  

Si, ma dalla tua voce si sente ancora una passione infinita per questa maglia..

Eccome… Pensa che andai in curva fino al nono mese di gravidanza, ero in balconata l’ultima partita contro la Fiorentina e nessuno mi diceva togliti, era così. Siamo gente malata, amiamo l’Unione nel vero senso della parola. Un amore eterno. Il mio viaggio di nozze lo organizzammo guardando il calendario del VeneziaMestre, la prima di campionato a Bari e poi a Roma dove tengo in mano lo striscione UU.. non si poteva andare all’estero con l’Unione che esordiva in serie a.. Noi siamo nati con l’ideologia del “sempre ed ovunque” e sarà sempre così..  Andammo sia a Reggio Calabria che a Foggia, in auto, solo per appendere lo striscione con scritto “lo stadio nuovo è utopia gli ultras vanno via” e ce ne andammo prima dell’inizio.. L’attaccamento, la visceralità per questi colori, non passerà mai. Con il freddo, con la neve, se ho pochi soldi, non importa, io non posso starmene a casa..