“Storia di un'Unione", puntata con Fabiano Bullo

13.01.2024 15:22 di Manuel Listuzzi   vedi letture
“Storia di un'Unione", puntata con Fabiano Bullo

Per la quinta puntata di “Storia di un’Unione” abbiamo avuto il piacere di scambiare due parole con Fabiano Bullo, altra storica voce della curva arancioneroverde, con il quale inizieremo ad avvicinarci ai periodi più recenti del tifo veneziano.

Allora Fabiano, iniziamo dai tuoi primi ricordi dell’Unione, che ci puoi dire?

Nell’87 ero un giocatore delle giovanili del VeneziaMestre e vedevo tutte le partite a bordo campo come raccattapalle sotto la curva Oberdan; io insieme ai ragazzi più giovani eravamo galvanizzati da questo nuovo inizio, ma avendo solo 14 anni non sono stato ovviamente in mezzo alle decisioni del tifo organizzato. Iniziai ad approcciarmi con loro passandogli le torce ai cancelli, non essendo controllato. Iniziai con le prime trasferte un paio d’anni dopo ed imparai a conoscere i fondatori della curva come il Bae, Alain, Frizzo e il Bionda, ed in pochi mesi la tifoseria iniziò ad esplodere, raggiungendo numeri importanti soprattutto in trasferta. Fu dalla stagione 98-99 che divenni una delle voci della curva ed uno dei responsabili della sud. Son veneziano ma ho visto solo due partite col Venezia neroverde, dopo la fusione invece ero stabile in curva Oberdan, dove all’inizio vidi parecchi scontri ma più che altro per questioni personali tra gente non proprio “limpidissima”. Poi invece ci si iniziò presto ad amalgamare, ad essere una cosa sola. Si fondarono i primi gruppi come la Brigata Fiorini, il Bar Jolly di Campalto, il centro coordinamento, la brigata Mestre. I ritrovi al Buso, il Papillon a piazza Ferretto e lì parti ufficialmente la magia. In particolare poche settimane dopo a Treviso quando nacque la vera Unione con la prima grande trasferta di massa.

Avendo già affrontato quei primi anni di Unione nei primi episodi della rubrica, mi piacerebbe chiederti di un evento decisivo per la nostra curva, ovvero la fine dell’epoca degli Ultras Unione. Che cosa ci puoi dire a riguardo?

Il 20 febbraio del 2007 ci fu lo scioglimento degli Ultras Unione e fui l’unico ad oppormi,  ma ormai l’atmosfera era troppo pesante e la paura che degenerasse la battaglia tra rude fans e vecchi ultras fu sempre più concreta, in particolare dopo l’evento di Lecco, quando ci furono una valanga di diffidati compresi io, Pippo Bocalon ed il Kaos che in quel momento eravamo un po’ le guide della sud. Uno dei fattori scatenanti fu anche il boicottaggio della coreografia del Bae da parte dei Vecchi, ma a mio parere commisero un grave sbaglio, perché da quel momento la politica iniziò ad entrare pesantemente nelle questioni della curva, cosa che distrusse poi per molti anni la nostra realtà. La pressione sui capi degli UU come il Loja si fece così insostenibile, con le solite scaramucce sugli striscioni appesi e così finì quella fantastica storia chiamata Ultras Unione.

Poi che successe?

A quel punto ci fu un via vai di chi voleva farsi il proprio gruppo,  era un contesto perennemente divisivo, con riunioni diverse, feste diverse, visioni opposte. Io posso ritenermi come un cuscinetto tra i due gruppi che da quel momento stavano prendendo il controllo della curva, rude fans da una parte e vecchi ultras dall’altra. Ma la curva è aggregazione e divertimento, non è solo cantare assieme un paio d’ore a settimana, non può bastare. Cercai di parlare con Andrea, ma c’era ancora troppa politica, troppo odio reciproco, ed il concetto più importante, l’ideale più importante, quello del VeneziaMestre appariva come secondario;  c’era sempre prima lo scontro con l’altra fazione, la provocazione continua e non mi andò più bene. Era una gara tra di loro che faceva male a tutto il contorno. Sfociata poi in un dramma che tutti, purtroppo, conosciamo.

Già, e come ritrovaste la forza di ricominciare?

Bisognava ricostruire e per farlo serviva gente, chiunque amasse i nostri colori, seppur magari a tempi alterni. Per questo bisogna capire, anche in questo momento così magico, che gli occasionali non vanno mai criticati, perché siamo tutti orgogliosi di vedere la curva piena, di fare grandi numeri, in casa e fuori, ma alla fine lo zoccolo duro è sempre lo stesso, quelle poche centinaia che non mollano mai; ma così è ovunque e sarà sempre così, c’è sempre posto sul carro dei vincitori e credo sia un errore volerne fare una questione divisiva. Bisogna aprire alla gente, mantenere un ambiente positivo proprio come sta succedendo adesso che ci si sente liberi di andare allo stadio, senza pressione, altrimenti dovremmo accontentarci di essere pochi, semplice. Quindi fondai insieme ad Andrea la Curva sud Veneziamestre perché era un periodo in cui c’erano, appunto, troppi gruppetti sparsi, c’era sempre il rischio di agguati, di figuracce.

Ed infine la storia degli ultimi anni. Ce la vuoi raccontare dal tuo punto di vista?

Poi è storia recente, con la nascita degli 1987 che aiutai a fondare, e successivamente con la pace ritrovata dei vari nuovi gruppi. Nuovi gruppi che hanno le proprie cose, i propri obiettivi, ed è di sicuro un bene per la gente esterna, ma sembra più che altro una finta convivenza. Se dovessimo arrivare a metà classifica voglio vedere i bei numeri di adesso che fine faranno.. Spero solo che abbiano l’indole di amare questa curva e questi colori, che li abbiano nel sangue e che siano, sempre, la priorità. Io posso solo consigliare, provare a convincerli di tornare ad un corpo unico, con uno striscione unico. E’ troppo importante che vi sia una riunione unitaria, che decida tutti assieme le varie linee da adottare. Trasferte unite in carovana, ognuno con i propri ma poi uniti e sostenere la squadra perché, onestamente, da fuori ho la sensazione che questo stia mancando un po’. Ed è un vero peccato, a livello di potenziale possiamo fare ancora tanto, i numeri di adesso sono pazzeschi. Ma spezzo comunque una lancia per i ragazzi che adesso si fanno il culo, che non mollino, ma che capiscano che essere su una balconata non è un punto d’arrivo,  che è necessario costruirsi certo un immagine, ma senza manie di protagonismo, bisogna essere leader ma bisogna soprattutto comunicare con la curva, con la gente, coinvolgerla. Io sono uno di quelli che ha proposto questi ragazzi e ne vado fiero.

C’è qualcosa che ti senti di consigliare ai ragazzi più giovani che ora hanno la responsabilità di gestire la curva?

Innanzitutto, come ho detto prima, imparare dagli errori della storia. Mai più politica allo stadio, questo deve essere chiaro. Il tuo partito in curva deve essere il Veneziamestre ed il tuo colore l’arancioverde, fuori si può fare chiaramente quel che si vuole. Bisogna anche comprendere che il lanciacori in balconata non “comanda la curva”, se solo lo pensasse significa che ha proprio sbagliato approccio; lui la deve conquistare, corteggiare. Per farlo devono credere in ciò che fanno, essere più autonomi, raccontare alla gente la verità, ovvero che loro son lì per tutti gli altri, per aiutare la squadra, per rendere orgoglioso un popolo, tentando in ogni modo di far capire alla curva quanto sia fondamentale non farli stare soli. E, lasciami dire, che qualcuno più maturo in curva potrebbe comunque aiutarli. Dico così perché il mio è un amore incondizionato per questi colori che non finirà mai, non andrà mai via; mi interesserà sempre il destino della nostra curva e rosico a vedere che non sfruttiamo tutto il nostro potenziale. Non si sentono mai cori per un giocatore, per esempio, e servirebbero cori secchi, i fischi sui calci d’angolo avversari. Molta gente vorrebbe anche i canti più vecchi che farebbero divertire, ricordare.  Devono leggere i momenti, non devono farsi condizionare da nessuno, devono osare. E dovrebbero provare a chiedere alla società anche un impianto per la curva con casse e microfono, come una volta. Serve inoltre che si applichino di più per spingere la squadra, perché nei cori, ultimamente, si sente pochissimo il nome del Veneziamestre, ma solo cori di diffide , o contro gli avversari o la polizia.

Non sarà semplicissimo gestire questo periodo storico, che ne pensi?

La situazione adesso è palesemente migliore di anni fa ma si deve capire che ci sono almeno sei squadre nel nostro territorio che si dividono il bacino d’utenza; basket, calcio, le big di serie a, è difficilissimo coinvolgere tutti, bisogna lottare. Ci sono poi i nostalgici che non vengono più anche se la squadra ora porta il nome che vogliono loro, ed ora mi domando dove siano. Io rispetto chi non è mai venuto, perché credevano nei neroverdi o nel Mestre ma quelli che son venuti all’inizio come la vecchia guardia per far soldi, proprio no.

Che mi dici invece dei nostri storici gemellaggi?

Il gemellaggio col Modena fu sancito nel 1989 quando Frizzo e Franz fecero amicizia con i vari Paloma e Turi e ci fu un meraviglioso sventolamento in campo al Baracca. Vennero 2000 modenesi quella volta e da lì partì una vera fratellanza. Dopo alcuni anni si fece la stessa cosa con gli amici di Cosenza, Andria e Pistoia. Più recentemente con i lancianesi, mentre io ho splendidi rapporti con i salernitani che hanno grande rispetto per noi. Ad Andria ricordo in particolare che il gemellaggio nacque dopo che dalla balaustra ci cadde uno striscione, lo venne a raccogliere Chiepa che ce lo diede in mano e da lì strinse una grande amicizia col Bae; al ritorno vennero qui ed andammo al Penzo insieme in barchino. Però, vedi, anche lì ci son stati momenti difficili, con alcuni gemellati che facevano fatica a venire così spesso, si sentivano a disagio perché se andavano con un gruppo venivano criticati dall’altro, invece è fondamentale che si sentano sempre ed ovunque a casa, benvenuti e soprattutto che siano tutelati ovunque vogliano attaccare la loro pezza. Queste sono cose importanti per una curva, non sono dettagli.

E con gli amici di Chioggia invece?

L’amicizia con i ragazzi di Chioggia nacque da me, che all’epoca frequentavo spesso a causa dell’ex matrimonio. Contattai Elso e Gianni e li portai da noi in curva, ed a volte io seguivo le loro trasferte. Eravamo gente con gli stessi valori, molti di loro frequentavano già il Penzo fin dalla serie a degli anni 90, quando in curva c’era un unico gruppo ed un unico grande striscione in cui tutti si riconoscevano, ma tantissime pezze come appunto Chioggia, oppure Dese, Marcon, Gaggio, era bellissimo.  Arrivai a proporre uno di loro a lanciare i cori, viste le numerose assenze per diffida.

Senti, torniamo alla questione identitaria, qual è il tuo punto di vista sul nome della squadra?

Per noi che si chiami Venezia, VeneziaMestre, Unione non ha tutta questa importanza perché è un amore incondizionato, una passione inarrestabile per i nostri colori!  Questa squadra è nata come Veneziamestre, questo conta. Ormai il tema identitario è assolutamente inequivocabile. A chi frequenta la curva, ai ragazzi più giovani non c’è molto altro da spiegare, sanno benissimo cosa sia il VeneziaMestre e sono i più unionisti di tutti. Le lotte per le maglie, gli scontri con i giornalisti che ci insultavano per la nostra battaglia, sono le testimonianze di quanto conti per noi questo ideale, e nessuno ce lo porterà mai via. La squadra è questa, è fallita tre volte ed è sempre tornata con questi colori. Che tu sia veneziano, mestrino o di dovunque, se vieni in curva, se vieni al Penzo, tu sai che questa squadra è nata da una fusione, che ci sono stati 36 anni di lotte per portare avanti questa fede, se non lo accetti puoi stare a casa tua, non è il tuo posto. E tanto ormai il nome non soddisferà mai nessuno, ci sarà sempre chi avrà da ridire in questa città, ma alla fine di che si parla. Al Penzo c’è il 90 per cento di spettatori dalla terraferma, qui a Venezia non va più nessuno; becchi solo la gente per strada che ti chiede che ha fatto il Venessia, e oramai gli rispondo sempre “ma perchè non sei andato a vederla?”. Per cui è chiaro che sia la squadra che rappresenta anche Mestre e la terraferma. Soltanto gli ipocriti fanno finta di non saperlo. In curva del Mestre, per esempio, c’è metà gente che è passata dalla sud..

Però sembra che si faccia ancora troppo poco per conquistarsi la massa più grande della terraferma, a Mestre in particolare. Avresti qualche suggerimento per allargare la platea unionista?

Sarebbe importante che una delegazione dei 3-4 gruppi della curva decidesse di organizzare una mangiata a Mestre, a Marcon, a Gaggio o Noale. Basterebbe un semplice volantinaggio, qualche adesivo, delle sciarpe, dei video online ed il messaggio “vi aspettiamo allo stadio”. Ci sono tanti bar, scuole o piscine, c’è piazza Ferretto, ma bisogna farlo uniti, non si può andare divisi e senza organizzazione. Perché una curva funzioni è necessario. Ci vuole un contesto coeso. Ci sono in curva adesso tanti bambini, tante donne, nei distinti si è iniziato a cantare Unione. Bisogna mostrarsi compatti. Se ti presenti infatti come Brigate, Puma o come Veterani sembra che mi vuoi solo affiliare al tuo gruppo, e così si mettono le persone in difficoltà, invece se io decido di venire allo stadio voglio solo sentirmi parte di quei 65 metri della curva e devo potermi divertire liberamente con tutti.

E come si può arrivare ad un risultato tanto ambizioso?

Per farlo bisognerà ripartire dalle basi, prendere la gente, guardarsi in faccia; qui in questo momento ognuno ha il suo bar, fa il suo corteo, cortei da 30 o 40 persone, tutti divisi. Una volta la mentalità ultras era cori e scontri tutti uniti, persino all’epoca dei rude fans e dei vecchi, come successo a Lecco. Quando ti rubano una pezza non si va a vedere se era di uno o dell’altro, è tutta la curva che ha perso, tutta la città ha fallito, bisogna aiutare questi ragazzi a capirlo.

Ripartire dai valori, insomma.

Abbiamo sempre creduto nel valore dell’Unione, nel portare ovunque la nostra bandiera. Perché, vedi, il concetto non è appendere la pezza arancioverde, ma difenderla, rispettarla, comprendere profondamente cosa ci sia dietro quei colori; se però non lo senti, perché magari son solo pochi anni che frequenti questo ambiente, non significa che sei differente da chi lo ha fatto prima di te, ma anzi, devi essere orgoglioso che adesso è il tuo turno e più avanti capirai cosa questo significa, quanto sia importante continuare una storia. La pezza per me è la mia vita. Vedere la gente che si diverte, che canta, è la mia passione. Sarà sempre così.